Tradurre vuol dire creare un’equivalenza!

Tradurre è un mestiere per persone con un minimo di formazione teorica e metodologica, non si improvvisa e la sola conoscenza delle lingue non basta.

Dell’arte del tradurre…

Vi vedo preoccupati… Tranquilli, qui non vi farò una lezione sulle diverse teorie della traduzione già formulate da illustri linguisti e traduttologi. In ogni caso, con la pratica mi sono accorta di essere una sostenitrice accanita della Teoria del senso.

Mi direte che sono di parte: ho studiato traduzione all’ESIT, la scuola che ha dato vita a questa teoria secondo la quale, cito una delle mie insegnanti: «la traduzione non è un lavoro sulla lingua, sulle parole, è un lavoro sul messaggio, sul senso. […] Si tratta di DEVERBALIZZARE, dopo aver capito, e poi di riformulare e riesprimere»¹. Certo, per saper tradurre, il prerequisito è ovviamente quello di padroneggiare perfettamente la propria lingua materna e parlare e conoscere bene la lingua e la cultura di partenza, senza dover essere necessariamente bilingue (che è ciò che i clienti non sempre capiscono, ma questo è un altro discorso…).

Perciò, io la penso così, ma semplicemente perché questa idea di veicolare un messaggio, un senso, piuttosto che le parole, mi è sempre sembrata abbastanza logica, sensata, ma anche perché nella pratica quotidiana della traduzione mi permette di evitare errori di approssimazione in un’area dove la precisione è d’obbligo: la traduzione tecnica.

Ora, giustamente mi interrogo sul metodo che certi colleghi utilizzano per decifrare il senso di un termine o di una definizione, traducendo poi senza «dire il contrario». Questa riflessione deriva dalla mia breve esperienza in materia di revisione di traduzioni giuridiche e finanziarie. Facendo revisioni, ho constatato che alcuni traduttori sono soliti cercare la traduzione di un termine con l’aiuto di strumenti, come i dizionari specializzati. Ciò può dare dei buoni risultati quando c’è una coincidenza tra una corrispondenza (trasposizione parola per parola, trasposizione formale) e un’equivalenza (termine che comunica un senso equivalente, ma la cui forma e struttura possono variare); ma il risultato può essere catastrofico in alcune aree tecniche in cui i termini possono generare confusione sia perché sembrano trasparenti, come ad esempio privilege in francese che non può sempre essere tradotto con ‘privilegio’, ma anche perché possono essere polisemici (nella lingua di partenza, in quella di arrivo o in entrambe): warrant ad esempio, non significa solo ‘garanzia’, ma anche ‘mandato di cattura’ o ‘mandato di perquisizione’.

Allora, come facciamo a non confonderci? Tenendo sistematicamente conto del settore e del sottosettore tecnico sul quale lavoriamo, del testo (ovvero di cosa viene detto) ovviamente, ma anche del contesto (ovvero di ciò che è implicito, di ciò che fa parte di una cultura), delle abitudini redazionali e stilistiche e del lettore al quale si rivolge il testo di arrivo. E, davanti a un termine di un linguaggio puramente tecnico, l’istinto primordiale e secondo me irrefrenabile non consiste nel trovare una corrispondenza lessicale su un dizionario o un glossario, ma cercare una definizione del termine nella lingua di origine e nella sua area precisa di utilizzo, e poi comparare questa definizione con quella del termine che abbiamo scelto per la traduzione. Se le definizioni non sono identiche, significa che il termine di arrivo che abbiamo scelto è totalmente sbagliato. L’equivalenza da cercare è dunque semantica e non lessicale.

Con questo articolo cerco semplicemente di farvi capire che tradurre è un mestiere che deve essere esercitato da persone con un minimo di formazione teorica e metodologica. Un mestiere che non si improvvisa e per il quale la conoscenza delle lingue è necessaria, ma non è sufficiente.

¹ La Théorie interprétative ou Théorie du sens : point de vue d’une praticienne, Florence Herbulot, http://www.erudit.org/revue/meta/2004/v/n2/009353ar.html#no1

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