Interpreti di guerra: attori invisibli della storia

Qual è il mestiere più antico al mondo? Tutti risponderete: l’interprete! La figura dell’interprete nasce appunto con lo sviluppo e l’espansione delle grandi civiltà, di pari passo con le guerre e gli incontri, o meglio scontri, con altre civiltà dalla lingua e dalla cultura diverse. Per questo motivo, da sempre l’interprete ha un ruolo fondamentale nella storia dell’umanità e da sempre, come un attore invisibile, prende parte ai giochi politici che regolano le sorti delle guerre. Solo negli ultimi anni, in seguito ai conflitti che hanno martoriato il Medio Oriente, si è iniziato ad accorgersi degli interpreti di guerra.

Ma chi sono gli interpreti di guerra?

Prima di tutto, anche solo dare una definizione di interprete di guerra non è cosa facile. Un interprete di guerra può essere un professionista assunto da organismi internazionali, governi o forze armate oppure un locale che si improvvisa interprete di guerra perché conosce la lingua e i costumi del posto e la lingua delle forze occupanti. Inoltre, a livello giurisdizionale, un interprete di guerra può essere considerato un combattente se partecipa alle attività belliche delle unità militari con cui collabora o un civile se si limita a favorire le comunicazioni tra le parti.

Ad ogni modo, tutte queste definizioni presentano delle lacune a livello giurisdizionale. Infatti, gli interpreti di guerra non godono di una tutela giuridica pensata specificatamente per loro, ma a seconda del loro status possono godere dei diritti applicati ai combattenti secondo le norme di Diritto Internazionale Umanitario o dei diritti applicati alla categoria dei giornalisti, nella quale vengono inseriti a livello normativo svolgendo però un lavoro del tutto diverso.

I rischi di questa professione

La mancanza di una definizione normativa riguardo questa figura professionale apre le porte a una serie di questioni irrisolte quali le modalità di impiego, l’adeguatezza del compenso, il livello di preparazione professionale ed etica. Davanti a questa situazione di confusione normativa, la via più facile è spesso quella di assumere gente del posto che si improvvisa interprete di guerra. Autisti, accompagnatori, guide turistiche che diventano interpreti mettendo a repentaglio la loro vita e quella delle loro famiglie. Il rischio che corrono non è solo dovuto ai pericoli della guerra, ma anche all’alone di diffidenza e sfiducia che li circonda. Da un lato, le forze militari che temono che gli interpreti locali possano avere dei contatti con i combattenti locali e non garantiscono loro un’adeguata protezione durante e dopo il conflitto e, dall’altro, le comunità locali che li tacciano come traditori, spie e collaboratori del nemico. In questi anni in Medio Oriente sono stati numerosi i casi di interpreti locali minacciati o uccisi dai combattenti locali per aver collaborato con le forze occupanti. Alcuni esempi sono i 216 interpreti uccisi dai talebani in Afghanistan solo nel 2006, oppure il caso di Haroon, un bambino di 9 anni ucciso nel 2013, perché lo zio era un interprete delle forze britanniche. I casi di vendette sui familiari sono molti, così come quelli di negato riconoscimento dello status di rifugiato politico e quindi negata accoglienza nel paese estero. Basti pensare ai 90 interpreti afghani che aiutarono le forze militari italiane a Herat e che sono stati dimenticati dal governo italiano.

Tantissimi avvenimenti di questo tipo, ma pochissimi quelli ricordati dalla stampa e dall’opinione pubblica. Spesso ci si dimentica che un incontro linguistico-culturale in zone di guerra è garantito da interpreti invisibili per la storia, invisibili per la nostra società, invisibili per i governi e per i poteri politici, invisibili per le stesse categorie di interpreti. Il giusto riconoscimento per gli interpreti di guerra non può che arrivare in seguito a quello che è stato definito New Social Contract, ovvero un riconoscimento prima della professione e dello status giuridico che possa portare poi a maggiori tutela, protezione e riconoscimento sociale.

Articolo scritto da Alessia Benincasa.

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